2x04 Offenders

Vorrei iniziare con le solite premesse, chiedervi come state o che cosa ne pensate di Absentia, ma mi è impossibile farlo, perché quella di questa settimana è stata una puntata con un finale emotivamente sconvolgente, difficile sia da guardare che da metabolizzare, che mi ha lasciato attonita e per alcuni minuti incapace di raccogliere le idee e di articolare qualcosa di più sensato di “Dove sono i premi che si meritano?”

Vorrei dire “Che si merita Stana Katic”, ma tengo di più alla pace nel mondo e allora gli altri e allora eccetera. A parte gli scherzi, Stana è stata superlativa. Già nella prima stagione aveva avuto la possibilità di impressionarci con le sue capacità recitative messe a servizio di un personaggio in grado di evidenziarle tutte, ma in questa occasione ha saputo di nuovo superare se stessa, controllando con grande maestria un materiale narrativo molto complesso, senza strafare.

Si è detto spesso che Absentia è un thriller cupo, con un'anima molto dark che non fa sconti di nessun tipo, che mette in scena la realtà per quella che è e non quella che sarebbe politicamente corretto mostrare in televisione, ma mi sento di dire che qui siamo a un altro livello, qui si raggiunge una complessità che sottolinea come quel “psicologico” che compone la descrizione della serie dopo“thriller”, non sia messo lì a caso. Fa parte del DNA della storia, ne costituisce le fondamenta.

Io forse mi aspettavo inconsciamente che avremmo sì visto la rappresentazione veritiera di una donna affetta da stress post-traumatico con tutto quello che ne consegue, ma che a un certo punto saremmo andati oltre, lasciandola più sullo sfondo, fino a seguire interamente la trama delle indagini. Non ero preparata al fatto che saremmo stati scaraventati giù nell'abisso dei demoni di Emily, fino a guardarli in faccia in tutta la loro spaventosità. È stata un'esperienza potente ed enormemente affascinante, pur con tutto il dolore che proviamo per la povera Emily, che sembra non essere in grado di uscire viva dalle spire che la tengono prigioniera.

È una puntata fortemente incentrata su Emily, nonostante tutte le altre sotto-trame che vengono sviluppate con graduali tocchi in grado di aggiungere profondità e interesse alla storia, ma la protagonista è, indubbiamente, ancora e sempre lei.

L'episodio ha un inizio calmo, quasi rasserenante per lo spettatore, che si illude che il ritorno a una dimensione di routine lavorativa, nonostante qualche remora giustificata, possa essere in grado di aiutarla ad adeguarsi a una normalità che le risulta ancora estranea, ma verso cui tende. L'avere uno scopo concreto, muoversi entro schemi prestabiliti, il doversi concentrare su qualcosa di diverso da se stessa e quello che le era successo, la possibilità di tornare a fare qualcosa di utile per la società e la necessità di adeguarsi a un ambiente strutturato, sembravano aver contribuito a creare ordine nel caos della sua vita.

Ovviamente non ci si poteva aspettare che i sintomi scomparissero, anzi, era piuttosto normale che fossero presenti e che anzi, venissero esacerbati da un cambiamento di vita improvviso che richiede moltissima energia su diversi fronti, infatti le crisi di panico compaiono puntalmente. Sono d'accordo con Cal quando sentenzia “too much, too soon”, un'indagine di quel tipo, che la mette inaspettatamente sotto ai riflettori, e in cui si accumulano omicidi a ritmo serrato al punto che non si riesce a tirare il fiato, non è quel ritorno graduale che sarebbe stato auspicabile, pur con tutta la forza di volontà che Emily è in grado di recuperare dentro di sé. Non basta volerlo.

Nonostante il rovescio della medaglia, Emily, nel corso della puntata, mi ha comunque dato l'impressione di essere cosciente che il malessere potesse ripresentarsi, per quanto inopportuno e indesiderato, ma questo non le ha impedito di continuare a svolgere il suo lavoro. Anzi, è stata in grado di capire di aver bisogno di tempo per decomprimersi, invece di ostinarsi a lavorare a ogni costo, come sarebbe più nella sua natura. L'ho trovato molto sano e sensato, segno che era in grado di prendersi cura di se stessa, di gestire l'ansia e non farsi sopraffare.

E ho interpretato come conseguenza di una rinnovata, se pur precaria, stabilità, il decidere di ricontattare Tommy, dopo il precedente allontamento, per dare al loro rapporto un'altra chance su basi diverse e a se stessa l'opportunità di aprirsi, creare un legame più profondo, concedersi quell'amore che lui è pronto a offrirle, smettere di fuggire da ogni fonte di calore umano e permettersi di credere di meritarlo. I loro momenti insieme sono stati molto delicati e teneri, del tutto diversi dai loro soliti incontri consumati in fretta e senza guardarsi in faccia, per mantenere i sentimenti a distanza di sicurezza. È stato un enorme atto di fiducia nei confronti della vita, un passo avanti di notevole portata, che le ha richiesto una discreta dose di coraggio, immagino. È andata davvero oltre le sue paure, e ci ha trovato finalmente qualcosa di bello e positivo.
Lui non aspettava altro, e quell'”I love you” sussurrato è la dimostrazione di quello che abbiamo sempre sospettato provasse per lei, nonostante avesse sempre rispettato tutte le condizioni che lei gli imponeva, senza spingere per avere altro, aspettando i suoi tempi.

E di colpo, tutto quello che lentamente si era assemblato sotto ai nostri occhi, fino quasi a convincerci che qualcosa stesse cambiando per il meglio per darle un po' di felicità, è andato in frantumi.
Non è un evento facile da analizzare, perché sono entrati in gioco molti fattori, perché non ho competenze psichiatriche e perché la sofferenza di Emily viene messa così a nudo che mi pare quasi indelicato chiedermi che cosa abbia generato una reazione del genere. Io credo che la somma dello stress dei cambiamenti, anche quelli positivi, il trauma mai affrontato nella sede opportuna e il fatto di essersi spinta fuori dalla zona di comfort in totale vulnerabilità abbia generato un corto circuito massiccio impossibile da affrontare razionalmente.

Ho seguito la scena sempre più sconvolta, sempre comunque interiormente convinta che prima o poi Emily avrebbe ripreso il controllo di sé, anche se in ultimo ero terrorizzata all'idea che Tommy finisse così i suoi giorni. Sarebbe stato il colpo di grazia per tutti.

La deflagrazione ci ha permesso finalmente di mettere insieme tutti i pezzi fin qui disseminati e di comprendere Emily a un altro livello. Abbiamo scoperto che assume una droga estremamente pericolosa nel tentativo di sbloccare i ricordi della prigionia (e non per altri motivi), tentando di scardinarli con la forza da quella parte di sé che li tiene sigillati. Siamo anche diventati dolorosamente consapevoli che Emily aveva un motivo valido, quindi, di temere che Flynn non fosse al sicuro vicino a lei. E, fulcro fondante della sua sofferenza, è convinta di essere troppo danneggiata perché qualcuno possa desiderla, amarla, voler stare con lei, nonostante le rassicurazioni di Tommy.

Quanta forza d'animo ci vuole per non soccombere a un quadro del genere, rassegnarsi a vivere in solitudine estrema per non mettere in pericolo chi le sta vicino, ma allo stesso tempo non cedere, voler scoprire che cosa è successo nei sei anni precedenti perché solo lì si trova la chiave per disinnescare quello che la tiene ancora prigioniera nonostante la libertà esteriore? Il tutto con la legittima preoccupazione che qualcosa di orribile possa emergere da quelle memorie bloccate. E quanto coraggio ci è voluto, nonostante questo, per scegliere di darsi una possibilità con Tommy? Tutto distrutto.

Mi spiace per lui in tutta onestà. L'approccio che ha messo in atto per tentare di calmarla e recuperarla dallo stato allucinatorio in cui è scivolata non è stato dei migliori, siamo d'accordo. Non era la soluzione giusta e niente di buono sarebbe derivato dal continuare a farle pressione, nonostante i reiterati avvisi da parte di Emily di starle lontano. Mi sono sentita soffocare io per lei: se qualcuno ti dice che non sta bene e che te ne devi andare, la risposta non è avvicinarsi e mettere in pratica tutta una serie di azioni che non tengono minimamente conto della richiesta dell'interlocutore, anche se pensi di farlo per il suo bene. Distrugge più relazioni il pretendere di sapere che cosa sia meglio per l'altro, senza dar retta a quello che ti sta dicendo, che qualsiasi altra azione deprecabile. Capisco però che per Tommy sia stato naturale e prioritario tentare di farle comprendere, in ogni modo e con grande insistenza, che quello che le stava succedendo era nella sua mente, dentro la quale si era persa, e non reale. Che non era lui il nemico e che non le avrebbe fatto del male perché era dalla sua parte, il tutto per far finire quel raptus e aiutarla a superare l'episodio traumatico riaffiorato.

Il punto adesso, per come sono degenerate le cose, è di non ritorno. Non credo sia possibile recuperare il loro rapporto, questo la priverà dell'unica persona con la quale poteva essere se stessa, per la quale provava qualcosa, e la convincerà di dover star lontana dalle persone che ama perché troppo pericolosa per loro. Rafforzerà inoltre l'idea di non poter essere amata per quella che è, di non meritarlo.

Amo questa Emily, che la scorsa stagione ammiravo per il suo coraggio eroico – che ha mantenuto -, ma che non sentivo così vicina come mi sta capitando ultimamente. Provo per lei enorme stima, perché sta oggettivamente vivendo una situazione impossibile da affrontare da sola e davanti alla quale la quasi totalità di esseri umani avrebbe ceduto e lo fa con una forza che non so da dove estragga, e mi fa tenerezza perché di fatto vuole semplicemente vivere, essere spensierata, ridere (avete sentito quella risata? Straziante pensarci adesso), innamorarsi, occuparsi di suo figlio, creare legami. È per questo che lotta tanto, ma ogni volta sembra che torni il mostro che la abita e se la riporti via.

Per quanto riguarda il resto, anche se non è facile distogliere l'attenzione dagli eventi catastrofici degli ultimi minuti, ammetto che trovo più intrigante il caso di cui si occupano Cal ed Emily, di quello principale affidato a Nick, eroe del giorno grazie agli appunti di Julianne.

Cal, invece, è stata una sorpresa. Ero convinta che Emily non gli piacesse particolarmente, che la sentisse come un peso che avrebbe volentieri evitato, invece in poco tempo hanno sviluppato un bel cameratismo, lui è consapevole dei suoi problemi, ma anche della sua forza e intelligenza, si è mostrato dalla sua parte fin dall'inizio, è in grado di riconoscere l'insorgere delle crisi e sa come riportarla alla realtà, la tiene costantemente sotto controllo, senza apparire paternalistico o asfissiante. La protegge, le crea spazio intorno. È già il suo “partner”, anche se lei sembra più che altro volersi immergere nel lavoro, senza dargli troppa corda o confidenza e senza raccogliere il suo invito a una maggiore complicità, soprattutto contro Julianne.

Jack, come prevedibile, non ha preso benissimo il non poter tornare a esercitare come chirurgo, soprattutto quando muore il paziente che avrebbe potuto salvare, se solo le regole non glielo avessero impedito. Dimostra però una buona forza d'animo nel non cercare consolazione nell'alcol e sa chiedere aiuto. Che questo aiuto lo chieda ad Alice non finisce di stupirmi perché, a mio avviso, Alice non è questa grande fonte di empatia, per come si rapporta con le persone intorno a lei, Flynn a parte. È molto migliorata dallo scorso anno, ma di certo non emana comprensione umana al solo apparire.

Si continua quindi nel percorso di avvicinamento di Alice e Jack, senza che io ne comprenda il motivo, anche sulla base del dettaglio svelato sui genitori di Alice, che in un colpo solo permette ai due di avere qualcosa in comune e a noi di scoprire qualcosa del passato di Alice, che non è più solo l'antagonista di Emily della prima stagione, ma inizia a diventare un personaggio più completo, in grado di reggersi autonomamente.

Tutto questo accade mentre Nick, al colmo della gloria, osannato come il salvatore di Boston, pur rimanendo umile, e chiaramente infatuato di Julianne - che io vorrei nella vita giusto solo per la calma olimpica con cui si manifesta nel mondo, in grado di sedarci tutti-, festeggia da solo in compagnia di Riggs, felicemente tornato sui nostri schermi. Nick è decisamente un altro uomo rispetto al passato, molto intraprendente, attivo, un leader potenziale, pur mantenendo i soliti problemi relazionali con la sua famiglia, ma è un passo avanti rispetto al passato ed è un piacere vederlo al lavoro, dirigere la squadra, assumersi responsabilità.

Il fatto è che se anche quest'anno si è allargato l'orizzonte narrativo, dando anche agli altri personaggi un loro approfondimento e background, che è comunque un ottimo intento, tutto ciò che riguarda Emily è straordinarimente complesso e molto più coinvolgente, mentre gli altri seguono un copione – finora – abbastanza prevedibile, come nel caso di Nick, affascinato da una donna di grande charme e professionalità (che, secondo me, ha con lui un atteggiamento materno), la moglie assente, che non c'è per condividere la sua gloria, un caso che scorre senza troppi scossoni... Con Emily niente è certo, niente è prevedibile, è tutto intenso, profondo, costruito impeccabilmente per farci immergere sempre di più nella sua psiche e nei suoi turbamenti, dai quali siamo inestricabilmente avvinti. (Per esempio non mi interessa nulla di Crown e della sua amante giornalista. Era un personaggio di cui non sentivo il bisogno di avere più informazioni).

Mi sento ancora stesa sul pavimento insieme a Emily, lasciata di nuovo sola, colpevolizzata per qualcosa che non può gestire come invece tutti pretendono, a un livello sempre più basso di infelicità e desolazione.

Absentia sa davvero metterci di fronte a situazioni di enorme impatto emotivo, senza per forza puntare al semplice sconvolgimento da parte dello spettatore. Accadono sicuramente eventi eclatanti, ma sono ben costruiti, hanno basi molto solide, e, quel che apprezzo di più, hanno una profonda coerenza psicologica. Questa stagione mi affascina sempre di più.

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