2x01 Casualties

Benvenuti a tutti quelli che hanno seguito altrove le mie recensioni della prima stagione di Absentia e a chi invece mi legge per la prima volta.
Non avevo idea che anche quest'anno avrei scritto le mie impressioni su Absentia ogni settimana, l'ho scoperto proprio mentre mi stavo spiritualmente preparando a guardare il primo l'episodio della stagione.
Grazie ad Absentia Italia per l'invito a farlo e l'opportunità che mi ha dato, che non è solo quella di parlare di Absentia, ma che in senso più ampio significa collaborazione, condivisione e costruzione di ponti e non muri. Uno stile di vita a cui sono onorata di dare il mio contributo.

Immaginatevi quindi mentre, di colpo, mi ritrovo Stana Katic per quaranta minuti sul mio schermo, il quaderno vicino per prendere appunti e la prospettiva di immergermi in un mondo fatto di chiacchiere e congetture con altre persone altrettanto coinvolte ed entusiaste. Un tuffo nel passato e la promessa di un futuro felice, cose che ho imparato a non dare per scontate. Dovrò andare in rehab per riprendermi.

Prima di procedere con l'analisi della puntata, a scanso di equivoci, vorrei precisare a chi non lo sapesse, che io sono fan di Stana Katic al punto che sarei disposta a guardarla recitare litanie in aramaico (lo so, un tempo citavo i film muti con sottotitoli in polacco, è un avanzamento di carriera). La considero una persona luminosa in grado di esprimersi pienamente nella sua arte – la sto facendo breve, eh, potrei star qui a elencare le sue doti a lungo – , ma, nonostante questo, presumo di conservare l'oggettività necessaria a rendermi conto se mi sto distraendo per controllare le previsioni del tempo, mentre guardo Absentia (ho poca pazienza con i ritmi lenti e le trame campate per aria). Ebbene, sono felice di ammettere che non solo durante la visione di “Casualties” non mi è successo, ma ogni volta che l'ho rivista (al momento, tre) mi sono trovata a qualche minuto dalla conclusione a chiedermi: ma come?! È già finita?!

Questo primo assaggio della nuova avventura mi è parso in netto miglioramento rispetto al passato. Intendiamoci, la mia affermazione non significa che io avessi un'opinione negativa della prima stagione, anzi, ma è indubbio che l'atmosfera generale sia cambiata e in meglio: nonostante la storia narrata sia chiaramente sempre drammatica e non lesini su morti, misteri, e altre faccende che si situano nel lato tragico dell'esistere, a mio avviso Absentia ha perso, guadagnandoci, quella cupezza soffocante che era stata una delle caratteristiche dominanti, al punto da farla paragonare ai thriller scandinavi in cui il paesaggio plumbeo fa da specchio alla desolazione senza speranza del racconto. [Nessun thriller scandinavo è stato maltrattato durante la stesura di questa recensione].

Per fare un esempio in tal senso, ho apprezzato il flashback relativo al periodo della prigionia, in cui Emily, sporca e stremata, è legata con una catena e si trascina sul pavimento allungandosi fino allo spasimo per raggiungere la ciotola di metallo contenente dell'acqua e la sua carceriera gliela allontana sadicamente. Si tratta di un'unica scena costruita in modo semplice, ma di enorme incisività, che riesce a trasmettere in una manciata di secondi l'esatta, terrificante portata di quello che Emily è stata costretta a subire, senza bisogno di mostrarci nel dettaglio maltrattamenti sempre più cruenti, cosa che, a lungo andare, in me spettatore rischia di portare all'assuefazione. E onestamente è quello che ho temuto succedesse durante la prima stagione. Questa scena riesce perfettamente nell'intento che si era prefissata, e cioè rendersi indimenticabile nella sua crudeltà disumana.

All'esordio di questa stagione, Emily soffre di un prevedibile e notevole stress post traumatico e io giudico positivo il fatto di avercelo mostrato apertamente. Mi ha sempre indisposto a morte vedere protagonisti che subiscono l'inimmaginabile e poi riprendono la loro vita come se niente fosse, quando è già tanto che riescano a stare dritti in piedi. Sarà che sono sensibile all'argomento (non di prigionia e torture, per fortuna), ma, diciamocelo, non è realistico passare sei anni con una psicopatica e uscirne equilibrata, per quanta forza di volontà una possa metterci e da quanto affetto e sostegno sia circondata, condizione certamente apprezzabile. Ho perfino il dubbio che esistano in giro molti psichiatri specificatamente formati per gestire una condizione del genere.

Emily non sta bene, è spaesata, non ha una vita stabile, vive un continuo stato di ansia e di emergenza pronto a erompere a ogni occasione. Non ha messo radici, non ha un piano per il futuro, è ancora settata sull'istinto di sopravvivenza, vive alla giornata senza sapere bene cosa fare di se stessa, tranne che continuare a fare ricerche sul suo passato, convinta che “ci sia ancora qualcuno là fuori” (e con il senno di poi...). È giusto metterlo in scena, vorrei vedere chiunque superare tutto quello che le è successo e, in ultimo, quando si è a un passo dal riprendere una parvenza di normalità, rendersi conto che ci sono zone oscure di se stessi alle quali non si ha accesso, parti dimenticate che possono aver commesso cose impensabili e inaccettabili per la coscienza comune. Quanto deve essere disorientate non sapere chi siamo nel profondo? Non che questa sia una condizione facilmente raggiungibile dall'uomo comune, ma in Emily è tutto complicato all'ennesima potenza.
Sarebbe stato difficile per lei ricostruire un'identità già solo a partire dal trauma subito, staccandosi dal ruolo di vittima/preda indifesa che volente o nolente è stata costretta a sperimentare, che basterebbe ad abbattere persone più che resistenti, ma con questo tarlo che, mi par di capire, nessuno prende seriamente in considerazione, è un attimo perdere quel minimo di stabilità mentale riconquistato a fatica.
L'ansia, sua compagna costante compagna di vita, che sta in agguato pronta a saltar fuori al minimo evento scatenante, tende naturalmente a manifestarsi quando viene toccato l'unico punto vulnerabile della sua vita, che è al contempo l'unica cosa che la spinge ad andare avanti. Suo figlio.

Di tutta la puntata le scene madre-figlio sono state (la morte mia) quelle di cui farò maggiormente tesoro. Absentia sarà senz'altro un thriller che non fa sconti su niente, ma quando va a scavare nel rapporto più importante della storia, quello tra Emily e Flynn, lo fa con una spontaneità e autenticità da farmi percepire profondamente la qualità del legame d'amore aggrovigliato e primordiale che esiste tra loro. Nonostante tutto.
Ora, non che Flynn sia il ragazzino angelico che a volte mi augurerei (intendo, preferirei non volerlo spedire al collegio militare a intervalli regolari), soprattutto adesso che è un adolescente con i problemi che l'età già porta con sé. È ovvio che sia confuso e traumatizzato per quello che gli è successo prima – la madre che torna dalla tomba, la famiglia in crisi, la pazza che l'ha infilato nella tanica di acqua - e per la situazione confusa che si è venuta a creare allo stato attuale delle cose, ma non è che fosse il top dell'empatia nemmeno in partenza (dovevo dirlo).

Mi ha fatto enorme tenerezza come Emily si renda conto con onestà del suo stile di vita alternativo e si tormenti costantemente su cosa sia meglio per lui – non considerandosi parte di questo “meglio” -, divisa tra la voglia di avere il figlio nella sua vita e il dubbio di non sapere se quell'ambiente che può offrirgli sia sano per lui. Non so davvero che cosa sarebbe di lei a questo punto se non ci fosse Flynn.
Sono convinta che il fatto di porsi questi angosciosi interrogativi dimostri che è in effetti una buona madre, magari non perfetta, cosa che come suggerisce Jack, non è quello che le si chiede, ma è comunque una madre che tiene al figlio più che a se stessa. E, del resto, mi sembra l'unica che sia in grado davvero di percepire istintivamente gli stati d'animo del figlio a livello viscerale. Quindi, che cosa sarebbe di Flynn senza di lei che lo capisce al volo, essendo più simili di quanto non pensino?

La meravigliosa scena di vicinanza tra loro due, abbracciati sul pavimento nella notte, vince a mani basse il concorso sulla scena migliore di sempre, tanto più che è un tipo di contatto che invece lui non permette ad Alice, il mattino dopo. È vero che si sveglia di umore non esattamente invidiabile, nonostante la madre sia uscita a comprargli la colazione (altra scena in cui la vulnerabilità di Emily e la timida felicità per potersi prendere cura del figlio mi hanno fatto schiantare il cuore), ma dalle parole di Alice mi pare evidente che lui si consideri in generale troppo grande per ricevere effusioni in pubblico dai genitori. Con Emily si è invece aperto, come se tra loro ci fosse un legame più diretto, più autentico. Non vi scalda il cuore?

Cambiando discorso e venendo invece alla parte della trama che mi ha fatto saltare sulla sedia, ammetto che mi è stato arduo venire a conoscenza del rapporto in essere tra Emily e Tommy. Ero sconvolta, e, giuro, non so il perché. Avrei voluto chiamare la CIA e cancellare dalla mia mente quello che avevo visto. Nell'ottica di doverne scrivere, ho dovuto per forza fare un minimo di auto-analisi sulla mia reazione tanto violenta.
Nella prima stagione – la prima volta che l'ho vista - ero una fan del detective arruffato. Non era un genio, d'accordo, si sbrodolava quando mangiava, ma d'altronde chi è perfetto? Ho proprio desiderato che Emily smettesse di fare affidamento su Nick e si desse invece a splendide e spensierate avventure con Tommy (non che ci fosse molta altra scelta, comunque).

Durante il rewatch estivo delle prime dieci puntate ho iniziato a domandarmi se fossi impazzita, insieme mi facevano l'effetto del gesso sulla lavagna. BIG NO. Immaginatevi come posso essermi sentita durante la puntata, li guardavo con una mano sugli occhi.
Sono dovuta essere onesta con me stessa, ammettendo che quello che ho provato non ha delle giustificazioni concrete. Forse ha prevalso l'istinto protettivo nei confronti di Emily, forse la vorrei da sola o con qualcuno più solido, più protettivo.
In realtà, dovendo fare un'analisi meno emotiva, il povero Tommy non mi pare abbia molta voce in capitolo in questa “relazione”, in cui si fa sostanzialmente quello che vuole lei mentre lui si adegua. Accorre quando lo chiama, la aiuta, accetta le regole della casa, se ne va nel cuore della notte quando lei alza le barriere, compie azioni illegali per aiutarla a trovare la verità (l'unico), la rassicura e sta al telefono con lei quando ha paura di addormentarsi (qui il mio cuore di pietra un po' ha ceduto, ve lo dico). Non so in effetti che cosa potrebbe fare di diverso, povero Tommy. Di fatto, però, starei bene anche se non si frequentassero, non sentirei la mancanza di niente di fondamentale nel mio mondo. A posto così.

Per quanto riguarda gli altri personaggi, mi piace il fatto che abbiano tutti una loro storia che esula dall'essere unicamente satelliti che orbitano intorno alle vicende di Emily. Sono contenta che Jack si sia rimettendo in piedi e che il rapporto tra lui e la sorella venga cautamente ricostruito a partire da basi molto più sane rispetto al risentimento che lui ha sempre covato nei suoi confronti. Mi ha molto toccato l'umanità di Jack, la sua onestà nei confronti di se stesso e il suo genuino desiderio di aiutare Emily, e anche il fatto che non se la prenda con lei quando dimostra di non essere ancora brava ad avvicinarsi alle persone senza scorticarle. Su “Io non sono un'alcolista, è un tuo problema”, io avrei levato le tende e tanti saluti. Onore a Jack per essere andato oltre. Bello anche il mutuo desiderio di essere di supporto all'altro. Si preoccupano per le rispettive vite, si informano, si danno consigli, sono fisicamente vicini.
Apprezzo che Emily non sia più relegata al ruolo di quella che riceve aiuto dagli altri e basta, ma dispensi affetto, rassicurazioni, si prenda cura delle persone a cui vuole bene. Dice molto della sua personalità pre-dramma, rimasta intatta nonostante tutto. È diversa dalla Emily della prima stagione, anche se lei in sostanza pensa di essere incasinata e poco radicata, io non credo che lo sia tanto quanto lei è convinta di esserlo.

Anche Alice mi ha piacevolmente stupito. Quando è passata a prendere Flynn a casa di Emily ero convinta partisse tra le due uno sgradevole scambio di idee che ci avrebbe fatto rimpiangere di non averla abbandonata in un campo di notte, invece l'ho percepita amichevole senza nessuna forzatura. Mi piace che si chiamino l'un l'altra “Mom” di Flynn, che abbiano messo il suo bene al primo posto e che abbiano accettato, di fatto, di essere entrambe le sue madri, senza gelosie o rivalità. Anzi, piuttosto spontaneamente, parrebbe. E ho trovato divertente Alice che commenta il bunker a prova di bomba atomica di Emily.

L'unica cosa che ho trovato frettolosa dell'intera trama è, invece, proprio la parte che riguarda la nuova vita di Alice. 
Prima di tutto, da un punto di vista squisitamente narrativo, non capisco perché abbiamo dovuto scoprire della gravidanza di Alice – che già pareva una carrambata da soap opera allora - per poi farle avere un aborto off-screen. Il senso? È come se avessero deciso di non proseguire con una storyline che non serviva a nessuno, e quindi è stata interrotta.
Non mi pare che l'intera vicenda abbia aggiunto nulla alla storia. Flynn avrebbe potuto avere i suoi problemi di ansia senza aggiungerci anche l'aborto, il cui accenno è stato fatto, così mi è parso, perché ci stavamo chiedendo dove fosse la pancia o il neonato. Inoltre, ho trovato raffazzonato il modo in cui le hanno fatto decidere di tornare a fare la terapista, nel giro di poche ore, dopo anni di assenza, senza averci almeno pensato due minuti. Ed era il caso di annunciarlo così a Flynn? Vi hanno appena detto che i cambiamenti lo disorientano e gli fanno esplodere l'ansia sotterranea, mi pare ottimo non prepararlo minimamente a un altro sconvolgimento, tanto “tu hai lo sport e tanti amici”.

Papà Byrne sempre il numero uno, nell'occuparsi con il solito atteggiamento affettuosamente brusco che denota grande amore, della figlia, irrompendo in casa sua e spronandola ad alzarsi e ricominciare a vivere, con un piatto di lasagne. “Christ” - “Not quite, just your dad”. (#morta). Quando le ha gridato di svegliarsi mi stavo rotolando dal ridere.

Nick non pervenuto. Io so di avere un grosso pregiudizio nei suoi confronti, ma quest'uomo mi pare sempre mancante di spina dorsale, potere decisionale ed empatia, soprattutto nei confronti del figlio, lasciamo stare il resto. La scena dallo psicologo ha secondo me mostrato quanto lui non sia allineato con i bisogni profondi di Flynn. Sì, vuole aiutarlo, si dichiara disposto a fare il necessario, però non gli arriva mai davvero vicino, non penetra nella corazza fragile da adolescente traumatizzato. Non lo “sente”. Di quella scena ho più che altro il ricordo di Nick che si preoccupa dei sentimenti feriti di Alice quando Flynn vuole che la madre sia chiamata per nome e non, brutalmente, “la madre biologica”. E quando ha risposto, giulivo: “Buddy, non avevo idea”, lo avrei fulminato con la stessa occhiata di Flynn.
Capisco che per Flynn sia più naturale opporsi a quelli che ha sempre considerato i suoi “genitori” con tipici atteggiamenti scontrosi dovuti all'età e trovi più facile connettersi a Emily, che è la madre sopra le righe che non gli impone nessuna regola, diversamente da Alice che ha curato la sua educazione e gli ricorda di ringraziare sua madre. Capisco che con Emily il senso di avventura, di rottura delle regole, sia un richiamo molto forte e che lui di fatto si comporti più da “figlio”, nel bene e nel male, soprattutto negli atteggiamenti negativi, con Nick e Alice.
Ma io credo, da quello che ho visto, che non ci sia solo questo, quanto il fatto che i suoi genitori siano un po' più distratti di quanto non lo sia Emily, che cerca sempre di leggergli dentro, riuscendoci. E che lui lo sappia.

Sull'attacco con armi chimiche alla Federal Emergency Management Agency (ho cercato l'acronimo) non so ancora di preciso dove andranno a parare, non ho un'opinione sull'accaduto, a parte averlo realizzato in modo spettacolare e aver introdotto un nuovo personaggio professionale e glaciale come piace a me e, temo, anche a Nick (l'avete visto anche voi lo sguardo che le lancia?). Sono curiosa di scoprire gli sviluppi del super complotto e come questo si sovrapporrà alla storia di Emily.

E sulla sorpresa finale, aka “Luke, sono tuo padre” (nella versione, “Emily, sono tua madre”), io non ero assolutamente preparata. Non ho letto spoiler (non perché non abbia voluto, ma perché non c'erano quando li ho cercati), non pensavo minimamente che la vicenda sarebbe andata in quella direzione, l'ho giusto intuito quando ho visto i ritagli di giornate (grazie tante, direte voi). A ripensarci, ci sta che una madre possa aver iniziato a interessarsi della figlia, una volta tornata dal regno dei morti. Tra l'altro, lo fa con un atteggiamento identico a quello della figlia stessa, se vogliamo dirla tutta, nella sua ricerca ossessiva della verità (ritagli, appostamenti, eccetera). Non vedo l'ora di sapere come la sua presenza turberà gli equilibri già fragili in partenza della famiglia di Emily e di Emily in primis.

In generale sono soddisfatta di questa première. Si sa che la seconda stagione è un banco di prova per tutti i telefilm, che devono confermare il successo, raddrizzare eventuali errori, dare nuovo slancio e dimostrare una solidità dell'impianto narrativo, tutte cose che secondo me questa puntata ha dimostrato di saper benissimo fare. È stata meno esplosiva del pilot, non era necessario esserlo, ha saputo recuperare i fatti salienti del passato senza appesantire il dinamismo, ha saputo dosare i momenti intimi con quelli catastrofici, in un equilibrio esemplare che è da sempre una delle caratteristiche positive di Absentia e ha impostato un ritmo solido e vivace. Per me, più che promossa.
Non vedo l'ora che sia la prossima settimana! A presto!

 

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